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IL MOSTRO
racconto di
Maristella Negro

Quando Glenda vide il mostro che le stava di fronte non riuscì minimamente a reagire e non trovò neppure la forza di emettere un urlo violento, come la mente, invece, le stava caldeggiando.
Intorno a lei, ferma sulla soglia e con le buste della spesa tra le mani, si stemperava uno spettacolo orripilante e di completa distruzione; la sua casa non sembrava più la stessa, tutto fuori dagli abituali posti in cui lei con tanta cura era solita riporre le sue cose.
Il mostro non era intenzionato a muoversi nella sua direzione e di questo Glenda ringraziava Iddio, non sapendo per niente come reagire, come comportarsi, cosa diavolo fare in una situazione del genere; anzi quel diabolico essere era fermo di fronte a lei e sembrava che la stesse studiando con attenzione; i suoi occhi passavano con fulminea rapidità dalle buste della spesa che aveva tra le mani alla sua testa osservando ogni più piccolo dettaglio, quasi a voler verificare, capire, se Glenda avesse qualche reazione emotiva alla sua presenza, o meno.
Per un attimo quegli occhi vaganti si fermarono divertiti ad osservare la lingua che spiccava rosea tra le labbra violacee, socchiuse in uno spasimo isterico, un attimo dopo già si posavano sulla mano tremante che reggeva la spesa, poi d'un tratto scattavano di nuovo su a guardarla fissa negli occhi.
Glenda non sapeva più dove dirigere il suo sguardo, rendendosi conto che la situazione intorno a lei era del tutto critica. Gli eventi successivi, si chiedeva, avrebbero richiesto una azione violenta, a cui lei sapeva bene di essere impreparata, o si sarebbe anche potuto risolvere tutto in una semplice bolla di sapone?
Ma il mostro che aveva dinanzi non prometteva nulla di buono, pur rimanendo immobile e continuando a fissarla con uno sguardo che creava in Glenda uno spregevole senso di disprezzo, il quale, misto alla ancora non repressa voglia di urlare, le procurava delle violente fitte allo stomaco.
Tuttavia, proprio grazie alla immobilità continua del mostro, Glenda lentamente cominciava a riprendere il controllo di sé stessa, ed in parallelo il ritmo dei suoi battiti cardiaci iniziava di nuovo ad avvicinarsi allo standard anche se un pò accelerato. I suoi occhi cominciarono a spaziare per la stanza, pur ritornando di colpo, quasi ogni istante , a controllare l'essere che la fronteggiava. Ciò che vide le fece di nuovo ribollire qualcosa dentro, ma stavolta si trattava di pura e semplice rabbia, violenta al punto tale da avvelenare con un morso un cane idrofobo.
Già appena aperta la porta, prima di accorgersi del mostro, aveva notato che praticamente la casa era a soqquadro, ma si stava accorgendo che era molto peggio di quello che aveva immaginato: dalla libreria, peraltro non ben visibile dal suo punto di osservazione, erano stati gettati in terra tutti i libri, le bomboniere che lei con cura aveva sempre conservato e il grande acquario con i pesciolini tropicali che suo marito le aveva regalato per i nove anni di matrimonio; il tutto faceva pessima mostra di sé in una grande polla d'acqua dove spiccavano le punte aguzze dei vetri rotti, ma dove non sfiguravano nemmeno le poltiglie create dalla perfetta fusione libri-acqua.
Per la collera strinse violentemente la busta della spesa e questo provocò un sordo rumore di uova rotte che ebbe il potere di scuoterla dalla distrazione momentanea e di farle lanciare il suo sguardo di fiamma sul mostro che, ancora immobile, la stava degnando soltanto di qualche occhiata curiosa, avendo perso l'interesse iniziale.
L'ira saliva in Glenda come il magma in un vulcano, provocandole fremiti simili a scosse sismiche e proprio come un vulcano Glenda eruttò, vomitando sul diabolico essere che aveva di fronte parole di fuoco, che ebbero il potere di far vibrare i vetri delle finestre, stranamente ancora intatti.
Il mostro non si aspettava una reazione simile, non ne era preparato e, colto alla sprovvista, non seppe far altro che indietreggiare di qualche passo, sbarrando gli occhi per lo stupore.
Poi, all'improvviso, scattò di lato, iniziando una convulsa corsa per la stanza, calpestando tutto ciò che era a terra, scivolando, cadendo, rialzandosi e di nuovo correndo, emettendo, allo stesso tempo delle urla acute che penetravano fin dentro le ossa, lasciando un vago senso di terrore. Così come aveva iniziato, si placò e si voltò verso Glenda che era rimasta allibita a tale comportamento, ma non in misura tale da farle scemare la rabbia dal corpo. Lo strambo essere si avvicinò con piccoli passettini, anche perché il suo buffo corpiciattolo non permetteva altro, e con fare sommesso schiuse le labbra in un sommesso mormorio:
"Non mi picchiare, mamma, rimetterò tutto a posto io".

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