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PIU' VELOCE DELLA LUCE
racconto di
G. Rastelli

Giorgio smise di vedere l’ennesima puntata di Batman ed un pò sconsolato spense il televisore. Sempre le solite cose, pensò. Le avventure di quel pipistrello mezzo umano non gli erano mai piaciute molto e se le guardava era solo perché non trasmettevano più la serie di cartoni animati che a lui piaceva più di tutte le altre: Superman. Quello si che era un supereroe, volava più veloce della luce, sfidando così tutte le teorie fisiche, vedeva attraverso gli oggetti, anche se col piombo sembrava avere qualche problemino. L’unica cosa che per lui era pericolosa era la Kriptonite, e chi l’ha mai vista la Kriptonite, mica puoi andare al supermercato e dire datemi un po' di Kriptonite che devo eliminare Superman, la cassiera prima ti guarderebbe sconcertata e poi penserebbe ma che diavolo è questa Kriptonite. Eh si, Superman era davvero un supereroe, tutti gli altri al massimo potevano definirsi eroi, senza potersi fregiare del titolo di super, non per niente lui, Superman, il super lo aveva anche nel nome.
Volare come Superman, si disse Giorgio, deve essere proprio figo, ti svegli la mattina, sei in ritardo per la scuola e allora che fai, via, più veloce della luce ed in un battibaleno sei in classe mentre tutti i tuoi compagni sono bloccati nel traffico, chi nello scuolabus, chi con la macchina dei genitori, ma sempre bloccati. Oppure metti che fregano l’auto a papà, e come fai a rincorrerli se la macchina l’hanno presa loro? Semplice, ancora una volta via, più veloce della luce e zacchete, ecco presi i ladri e recuperata la vettura, di sicuro ci scappa anche un gelato di ringraziamento da papà. Sarebbe troppo bello.
Ma come avrà fatto, pensò ancora Giorgio, Superman a sapere di essere Superman? Mica nasci e già lo sai che sei super, anzi, non te lo possono nemmeno dire. Metti che la madre gli dice tu sei Superman, e chi è Superman lui direbbe, mica c’è già un altro Superman che puoi sapere di che parla tua madre. Insomma tu sei Superman e non sai di esserlo perché non sai nemmeno di che si parla, e se invece lo sai di che si parla significa che Superman è un altro e non puoi essere tu, che fregatura!
Giorgio prese un cuscino del sofà e lo lanciò verso la parete, alquanto contrariato, anche perché era ora di cercare di sbrigare i compiti che la maestra aveva assegnato per casa. Che palle, pensò, se io fossi Superman i compiti li farei in un secondo, anzi che m’importerebbe dei compiti, se fossi Superman volerei tutto il giorno in giro per la città e farei un sacco di scherzi, specialmente a quello stronzo di Marco, cioè a quello scemo di Marco, mamma non vuole che dica le paroline cattive, anzi no, proprio a quello stronzo tanto mamma non mi sente.
All’improvviso gli risuonò una vocina nella testa che in un attimo gli disse più o meno così: ingenuotto che non sei altro, come può aver fatto Superman a scoprire di essere Superman è semplicissimo. Ha provato a fare quello che gli vedi fare nei cartoni e si è accorto che gli riusciva tutto benissimo, semplice no?
E’ vero, gridò Giorgio, coprendosi poi immediatamente la bocca per non farsi sentire dalla mamma, che stupido che sono, continuò pensando, come ho fatto a non pensarci prima? E’ vero, è proprio semplice e poi chi l’ha mai detto che Superman può essere solo lui, di Superman ce ne potrebbero anche essere altri, anch’io potrei essere super, magari non proprio Superman, ma potrei essere Supergiorgio, si, mi piace Supergiorgio suona anche bene. Come posso fare per provare, penso che anche questo sia facile, apro la finestra e mi lancio, eh ma devo stare attento a gridare via, più veloce della luce se no potrei anche cadere e mi potrei pure fare male, mica sono str.. scemo come Marco, io. Si, si, devo fare attenzione a fare tutto per benino.
In un lampo Giorgio si avventò verso la finestra, la aprì e cercò di salire sul davanzale, ma questo era troppo alto per lui e non ci riuscì.
Questo problema lo risolvo subito, si disse, e andò a prendere una delle sedie che assediavano costantemente il tavolo. La portò in prossimità della finestra e vi salì. Da lì fu facile accedere al davanzale. In piedi guardò dinanzi a lui, respirò profondamente per darsi coraggio, pensò per un attimo a come si sarebbe divertito, fece un passo avanti e " Via, più veloce dell... ahiiii!!!"
Non fece in tempo a finire la frase che già era a terra, novello quattro di bastoni, piuttosto dolorante con parecchie fitte di dolore che gli venivano da più parti ma in particolare dal naso, dal quale, poté rendersene conto immediatamente, colava un po' di sangue. Si rialzò leggermente intontito pensando, maledizione, non è giusto abitare al piano terra, non sono riuscito nemmeno a finire la frase, ahi che dolore, ma se la finivo sono sicuro che volavo, ho sbagliato a lanciarmi da questa finestra, come faccio adesso a entrare? Cavolo, proprio il portiere del parco doveva fare papà, vabbè posso passare dai garage e da lì prendo l’ascensore, così vado direttamente, ahi ahi ahi, da Valerio al sesto piano e da lì ce la faccio di sicuro. Fortuna che da questa parte del palazzo non c’è mai qualcuno, altrimenti mi avrebbero visto e poi a mamma chi la sentiva, chissà che sculacciate se poi lei lo diceva pure a papà, mi devo gettare dalla stessa verticale così, mamma il naso che dolore, così non mi vede nessuno.
Un po' barcollante Giorgio andò in direzione dei garage, passò per la porticina per i pedoni, raggiunse l’ascensore e vi entrò. Una volta lì si guardò nel grande specchio che arredava l’esiguo locale e si rese conto che la madre di Valerio gli avrebbe sicuramente chiesto cosa avesse fatto al naso. Pensò rapidamente ad una scusa, si riassettò alla bell’e meglio e schiacciò il pulsante del sesto piano.
Ad aprire venne proprio la madre di Valerio.
"Ciao Giorgio, ma cos’hai fatto al naso?" Già previsto, rise tra sé il piccoletto.
"Nulla signora, sono caduto, però mamma mi ha già disinfettato e ha detto che non è niente."
"Quand’è così. Cerchi Valerio?"
"Si, posso andare da lui?"
"Mi dispiace Giorgio, ma Valerio è andato con suo padre a far visita ai cuginetti. Penso che tornerà in serata. Figurati che si è portato anche i libri per studiare, per non farsi trovare impreparato domani a scuola."
Cavolo, questo non era previsto, pensò Giorgio, una scusa, una scusa, una...
"Ho capito, però signora, vede, io... insomma, dovrei prendere solo un quaderno che prestai a Valerio qualche giorno fa e poi vado via subito."
"Ah, quand’è così entra pure, la stanzetta di Valerio sai dov’è, fai tu. Senti, quando hai finito, ti dispiace se non ti accompagno, sto dando ripetizioni di piano ad una mia allieva?"
" Ma no signora, si figuri, la strada la conosco, faccio tutto io." Che fortuna, che fortuna, pensò Giorgio trotterellando verso la stanza di Valerio.
Memore dell’esperienza precedente la prima cosa che fece fu di accostare la sedia della scrivania alla finestra, dopo averla spalancata. Poi con un rapido balzo salì sul davanzale, ancora una volta respirò profondamente, poi guardò prima dinanzi e poi in basso, deglutì una volta, poi un’altra e pensò cavolini, mi posso fare proprio male, stavolta.
Erano circa tre ore che la signora Miriana non vedeva e tantomeno sentiva il figlio, e la cosa le sembrava notevolmente strana, visto il caratterino tutto pepe di Giorgio. Quasi preoccupata da tanta tranquillità lo chiamò a gran voce, ma non ebbe nessuna risposta. Chiamò più forte ma ancora nessuno rispose ai suoi richiami, allora si decise ad andare a vedere nella cameretta del figliolo.
"Giorgio, Giorgetto, dove sei ?"
Aprì la porta e la colpì l’inusuale suono del silenzio, poi si accorse della finestra spalancata dalla quale entrava il freddo della sera invernale che avanzava e si lanciò per chiuderla, quando, guardando fuori, vide, con un moto prorompente d’angoscia, il figlio, lì, per terra.
"Giorgio" gridò, "che diavolo fai lì fuori a quest’ora di sera, vuoi prenderti un accidente ?"
Senza dargli neanche il tempo di scusarsi, la madre saltò dal davanzale e si avventò su di lui, fece il giro dell’isolato, incrociò senza parlare il marito sbigottito, seduto in portineria, aprì la porta di casa , entrò tirandosi dietro Giorgio, richiuse la porta e guardando il figlio severamente gli chiese di nuovo:
"Allora, signorino, si può sapere cosa facevi lì fuori a quest’ora?"
"Perdonami, mamma, sono caduto dalla finestra e avevo paura di rientrare dalla porta. Avevo paure che mi sculacciassi, ti prego, non mi picchiare..."
Il tono della voce fu così dolce, così tenero, e soprattutto fu seguito da un violento starnuto che ebbe l’effetto di intenerire il cuore della signora Miriana, che invece di picchiarlo, come egli temeva, gli diede un dolce bacio, lo spogliò con delicatezza, gli medicò il naso ancora tutto rosso e lo infilò nel letto, aggiungendo:
"L’unica punizione è che stasera vai a letto senza cena, ma la prossima volta fai attenzione, se vuoi andare a giocare puoi uscire anche dalla porta, non avere paura."
"Si, mamma" disse Giorgio. Poi aggiunse "Sai, mamma, oggi ho visto Batman per televisione, non mi piace, mi piace di più Superman, e a te ?"
"A me piaci tu e tuo padre, buonanotte figliolo." Così dicendo la madre gli diede un bacio, spense la luce e andò a raggiungere il marito che frettolosamente era rientrato, dopo aver visto la moglie ed il figlio rientrare senza mai essere usciti.
Ci furono le logiche e conseguenti spiegazioni. Finalmente i due si sedettero a tavola per la cena ed Amedeo, il marito, accese il televisore, che non trasmetteva più Batman ma un tg locale, che data l’ora volgeva ormai al termine.
"...per cui nessuno riesce a spiegarsi come è possibile che le statue di Garibaldi, di Dante, di Salvo D’Acquisto e di tanti altri siano misteriosamente scomparse dalle loro rispettive piazze per essere poi ritrovate in aperta campagna in una singolare disposizione che fa saltare alla mente i ricordi di bambino, quando si giocava ai soldatini.
"Inoltre è ancora più singolare la testimonianza di alcuni contadini che, come ha riferito il nostro inviato, avrebbero visto il responsabile di tutto questo, e cioè un fantomatico bambino volante che sollevava le statue e le spostava come se fossero davvero soldatini." Al giornalista scappò un sorriso ironico mentre aggiungeva "Si vede che la nostra città piace a Superman"
"Supergiorgio" corresse mentalmente un bambino, "Supergiorgio, non Superman."

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