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LA FABBRICA 3
horror di
Daniele Orlandini

Entrai in fabbrica, un nuovo 'entusiasmante' giorno di lavoro. Definire squallida la mia vita era un eufemismo. Tutti i giorni della settimana la stessa solfa, ovvero passere tutto il giorno in quella fabbrica di merda, con il tempo che non passava mai e i superiori che pretendevano di vedere entusiasmo, come se si potesse lavorare con entusiasmo.
"Ehi tu! Vieni a molare questi pezzi, e bada di lavorare in fretta e bene."
Puzza di marcio! Puzza di carne marcia! Gigi, mio diretto superiore puzza di marcio perché per il lavoro ha trascurato ogni regola del vivere civile! Si rotola nella mondezza, trascura l' igiene e puzza di carne marci, puzza di cadavere!
Mi stavo per mettere i guanti, onde evitare di sporcarmi le mani dato che era un lavoro merdoso quello, i pezzi che dovevo prendere per molare erano tutti unti e dovevo prima pulirli accuratamente.
"No! Ma che fai testa di cazzo! Senza guanti! Altrimenti ti ci vuole tre ore a farne uno!"
Maledetto bastardo figlio di puttana! Non gli basta avere il diritto di puzzare come un cane morto, no! Vuole ridurre anche gli altri al suo stato di degradazione! Ma un giorno, un giorno….
"Si, e va bene, farò come vuoi."
Dissi ciò sforzandomi di tenere un tono gentile. Mi rendevo perfettamente conto che dato l'ambiente di merda nel quale mi trovavo ciò era assurdo, ma io ero fatto così. Forse la causa di ciò era la religione che mi avevano inculcato da piccolo. Non era che non mi rendessi conto che la religione era una stronzata, avevo capito già da tempo che il Dio buono che ti ama , Gesù, la Madonna, i santi, Dio il bene, Dio che si interessa a noi,eccetera erano tutte stronzate, però forse nei meandri del mio subconscio era rimasta inspiegabilmente qualche reminiscenza di ciò che mi spingeva ad essere assurdamente gentile.
Che fregatura il mondo! Avrei dovuto essere al bar vestito bene, tutto pulito e con i capelli in ordine assieme a delle stupende ragazze, oppure in palestra, o in qualsiasi cazzo di posto che mi piaceva, invece mi trovava lì con le mani nere, i capelli scarruffata e vestito male, con uomini sporchi, sudati e che puzzavano di carne marcia. Dov'era la giustizia in ciò? Dove era il bene? Perché l'uomo, una creatura così perfetta, con tante qualità a un certo punto deve diventare schiavo? Chi è quella testa di cazzo che ha stabilito ciò? Si, perché l'uomo è uno schiavo, in quanto deve sprecare le sue qualità per stare tutto il giorno agli ordini di un padrone di merda, ma vale la pena di vivere una vita del genere? Alcuni obbiettano che il lavoro è necessario, e da un certo punto di vista potrebbero anche aver ragione. Ma perché allora se è così ci complicano le cose? Perché veniamo rinchiusi in una fabbrica più tempo di quanto sarebbe necessario e veniamo trattati come bestie? Non debbono tenerci dentro più del necessario, nossignore! Perché quello è il nostro tempo, quella è la nostra vita! Il lavoro dovrebbe durare quattro ore al giorno al massimo, in questo modo si sopperirebbe al fatto che il lavoro è necessario e nel contempo ci si potrebbe dedicare a realizzare la nostra vita coltivando nuove capacità, utilizzando le nostre qualità verso cose che ci interessano. Ma loro no! Loro vogliono prenderci tutto, per quanto tempo glielo avrei permesso?
Stavo lavorando i pezzi quando mi limai un poco un dito. Io me lo guardai e vedendo le mie mani tutte nere e le unghie loiose maledissi nuovamente la fabbrica con tutti quelli che ci lavoravano dentro
" Forza! Forza! Ma che cazzo fai? Stai a guardarti le mani invece di lavorare? Che idiota!" Disse Gigi
"Ascolta, non è che mi guardo le mani, ma mi era sembrato di essermi tagliato e volevo verificare! Non vorrai che macchi i tuoi preziosi pezzi di sangue!" Dissi con tono gentile ma con fermezza.
"Ma che cazzo! Era un ora che te le stavi a guardare!"
"Non era un ora, ma un attimo! E bada a come parli, le offese non mi piacciono ti avverto." Dissi con tono un po' feroce e guardandolo male a lungo.
"Che succede! Qui si lavora o si chiacchiera?" Disse il direttore generale che passava di li.
"Lo chieda a Gigi, io avevo appena…."
"Forza! Muovitiiiiii!!! Ma che fai? Rimani incantato? Guarda che il lavoro va finito!" Disse il direttore assurdamente inferocito.
Rimasi stupito da ciò, dato che era si duro, ma vedendolo sempre vestito bene mi aveva dato sempre l'impressione di una persona se non altro diplomatica. Forse aveva frainteso, forse dovevo spiegarmi.
"Guardi che non è mia intenzione rallentare il ……"
"Ma come ti permetti di rispondere?" Disse dandomi sulla voce .
"Ma io….."
"Zittooooooo!!!! Quando io ti dico salta tu salti capito?!!!! Sono io che ti pago non lo sai?!" Disse urlando a squarciagola.
" SI, certo che lo so, volevo solo…"
"E allora se lo sai fai quello che ti dico senza fiatare! "
"Si, ma io pensavo.."
"Non devi pensare! Tu sei qui solo per fare quello che ti si dice!"
Lipperlì non provai rabbia, ma solo stupore. Solo dopo, ripensando a quello che mi aveva detto, iniziai a provare una grande rabbia, seguita da un odio feroce. Era un tipo di odio quale non avevo mai provato per nessuno. Quell'emozione così forte risvegliò in me un qualche cosa che non sapevo di avere e improvvisamente tutto mi fu chiaro.
Quando Gigi tornò a criticare il mio lavoro presi il lungo cacciavite e glielo conficcai con forza nell'occhio destro e lo spinsi indietro fino a farne uscire la punta dalla nuca.
Ah! Ah!Ah! ora sei tu ad essere stupito! Ben ti sta, bastardo! Almeno d'ora in avanti avrai ragione di puzzare di carne marcia come un morto.
Un po' di materia grigia era uscita dalla nuca attaccata alla punta del cacciavite. Lui dondolò un attimo poi cadde in una pozza di sangue senza un grido.
Schifoso bastardo! Mi dovrebbero dare una medaglia per aver eliminato un essere schifoso come te! E volevi rendermi come te! Ma io non sono come te, non lo sarò mai!"
Nessuno aveva visto niente per il momento. Silenziosamente sgusciai dietro l'operai più vicino e lo sgozzai, perché non doveva restare nessuno vivo. Con la gola squarciata cadde per terra imbrattando tutto il pavimento. Poi fu la volta del secondo operaio, al quale spaccai la testa con un pesante martello. Il suo cranio esplose in mille pezzi e schizzi del suo cervello cadde da tutte le parti.
Il terzo operaio aveva visto tutto e tentava di calmarmi dato che era con le spalle al muro, ma io senza badare a cosa diceva accesi il trapano e iniziai a colpirlo. Quando ebbi finito con lui sembrava formaggio groviera da tanto che era pieno di buchi.
Non provai nessun dispiacere per loro, anzi ero felice. Avevo fatto loro un favore, poiché la fabbrica ormai li aveva resi esseri schifosi, cosa vivevano a fare oramai?
Col direttore la cosa era diversa, lui doveva soffrire, lo avrei ucciso molto lentamente. Quando entrai in ufficio lui mi guardò con disappunto e la segretaria mi snobbava.
Maledetti! Ci siete riusciti a quanto vedo! E ora la segretaria mi snobba perché mi reputa un essere schifoso come gli altri, ma io non sono così, non sono così!
Senza pietà spaccai la testa alla segretaria con il grosso martello. Lei chinò di lato la testa sprizzante di sangue e si accasciò al suolo. Non volevo farla soffrire e la finii. Dopotutto la colpa non era sua, ma di loro che avevano cercato di rendermi un essere schifoso facendomi lavorare nella schifezza e umiliandomi.
L'espressione del direttore mutò, diventando di terrore. Iniziò a chiedere pietà rivelando la sua pochezza e rendendomi così più incline a concedergliene ancora meno di quello che avevo in mente, ed era già molto poca!
Facendogli saltare le rotule a martellate provai una soddisfazione indescrivibile che cancellò in parte l'umiliazione che avevo subito. Dopo, quando gli tagliai le orecchie e gliele feci mangiare mi trovavo al settimo cielo. Dopo gli tagliai il naso e lui svenne. Prontamente, con enorme soddisfazione lo feci rinvenire e gli cavai un occhio. Poi lo evirai, gli tagliai le mani. I piedi.
Ero intento a scorticarlo vivo quando vennero a prendermi e non riuscivo a smettere di ridere, niente di quello che avrebbero potuto farmi mi avrebbe tolto il senso di liberazione e la gioia per ciò che avevo fatto.

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