LA
FABBRICA
horror
di
Daniele
Orlandini
Ero molto tentato di andarmene via subito, ma avevo bisogno di lavorare e timidamente mi avvicinai a quello che mi avevano detto essere il principale.
Appena mi vide fece finta di non avermi visto e si mise a lavorare in modo velocissimo come per farmi vedere come era l’andazzo. Lo chiamai e lui si girò con lo sguardo allucinato e la sua folta capigliatura scarruffata rendeva bene l’idea di manicomio che doveva regnare li dentro.
“Vai da quel signore alto laggiù e bada di imparare in fretta.” Disse con voce dura e irritata.
Mi avvicinai a quello che mi aveva detto lui. Era un signore alto tutto sporco e puzzava di marcio, da ciò si capiva che li per il lavoro si trascurava qualsiasi regola del vivere civile.
L’uomo alto di nome Astelio mi vide mentre era intento a rimettere apposto un macchinario:
“Vieni bimbo vieni che c’è lavoro anche per te.” Disse con un vocione che mi rimbombava nelle orecchie.
Mi mise subito al lavoro insegnandomi rudemente:
“ascoltami bene! Qui c’è l’abitudine che le cose si dicono una volta sola. La seconda volta le diciamo accompagnate dal moccolo e la terza dalla pedata nel sedere, quindi farai bene ad imparare subito bamboccio.”
Si capiva benissimo che era stato messo capo per il suo vocione e la sua propensione a trattare mele gli altri. Ogni tanto facevo qualche sbaglio e volavano cicchetti accompagnati da parolacce, insulti e bestemmie, inoltre aveva l’abitudine (molto diffusa tra le merde che in fabbrica hanno un po’ di potere ma soprattutto fra i titolari stronzi) di personalizzare le brontolate costruendoci delle storie sopra.
Guardavo spessissimo l’orologio, ma pareva che il tempo andasse all’indietro e Astelio stava fisso intorno a me e metteva spesso bocca sul modo in cui svolgevo il lavoro, ciò mi irritava e mi rendeva insicuro.
I mosconi, le vespe, i ronzoni, i ragni, le cavallette, i topi, le lucertole e anche altre creaturine schifose proliferavano nella sporcizia che regnava sovrana. Puzzi asfissianti, rumori assordanti accompagnavano le mie ore di lavoro assieme alle numerose urlate che sentivo. Erano due ore che lavoravo e non avevo mai sentito cessare le urla dei vari capetti e del titolare, era come se fosse la regola, appena suonata la sirena d’inizio le urla iniziavano per terminare con la sirena di chiusura. Siccome molti avevano attaccato alle sette a lavorare quando io sono arrivato le urla erano già iniziate.
Improvvisamente un urlo di dolore echeggiò e tre dita insanguinate mi arrivarono in faccia. Uno si era portato via mezza mano lavorando a una fresa. Non si preoccuparono di soccorrerlo prontamente, ma prima pulirono i pezzi che aveva macchiato di sangue e lo rimproverarono anche per la sua disattenzione. Il sangue per terra non venne neanche levato ne le sue dita furono raccolte.
Venne fasciato rozzamente e gli fu detto che in poche parole doveva arrangiarsi perché quella era una fabbrica e non un pronto soccorso.
Venne l’ora di pranzo: il cibo in mensa faceva schifo, infatti la carne era scotta , la pasta era fredda e acquosa, l’affettato puzzava di marcio e spesso trovavo degli insetti mescolati alla pasta. Oltretutto eravamo obbligati a dire che il cibo era buono per evitare ritorsioni.
Arrivò finalmente l’ora di chiusura, ma io venni fermato mentre stavo per andare via:
“Dove cazzo vai imbecille? Qui non hai finito!”Disse Astelio.
“Ma è l’ora di smettere!” Dissi deciso.
“Qui si sa quando si entra ma non quando si smette! Se c’è da stare bisogna starci capito? Figlio di puttana!” Disse Astelio.
Pur incazzato per l’offesa non replicai perché avevo assolutamente bisogno di quel lavoro. Feci quattro ore di straordinario sempre fra insulti e urlate.
Finalmente era arrivata l’ora che andavo a casa e provai una felicità, un senso di liberazione mai provati prima, però seguì una cupa angoscia suscitata da un oscuro interrogativo:
quello era stato solo il primo giorno, ma Domani? Che Dio mi aiuti! Cosa sarebbe successo domani?
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